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«Cinquant’anni dopo», presentato a Caserta il libro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati

CASERTA – Mercoledì scorso si è svolta presso la Feltrinelli di Caserta la presentazione di un libro che è, a detta di uno dei due autori, realisticamente tragico. Questo commento, emerso alla fine della nostra intervista, è di Michele Giorgio, casertano, corrispondente del quotidiano il Manifesto da Gerusalemme, nonché il coautore di Chiara Cruciati, 33 anni, perugina, laureata in Scienze Politiche. Chiara collabora con il foreign desk del Manifesto, caporedattrice dell’agenzia di informazione Nena News, ha vissuto e lavorato per alcuni anni in Palestina. Anche Michele ha vissuto in Medio Oriente, dove ancora vive e lavora da circa vent’anni

Il titolo del libro è presto detto: Cinquant’anni dopo, ed. Alegre.

Con questo libro gli autori compiono un viaggio dal 1967 –andando anche a ritroso per spiegare tutte le possibili lacune- fino ai giorni nostri, intrecciando giornalismo e ricerca storica, riportano alla luce le radici del conflitto israelo-palestinese esplorandone le manifestazioni attuali sul terreno.

Apriamo l’intervista con una domanda non semplice, che si trova alla base della questione: che cosa sono Israele e Palestina?

Questa è una domanda che richiederebbe una risposta lunga. Improntiamo la questione più su come Israele e Palestina vedono loro stessi. Israele per gli Israeliani è lo stato del popolo ebraico, una terra in cui hanno trovato la loro dimensione e che devono difendere a tutti i costi.

Per i Palestinesi è quasi lo stesso; hanno vissuto nella loro terra, la Palestina, per migliaia di anni, da difendere a tutti i costi. Non accettano pertanto che la loro terra sia affidata ad altri.

Insomma, sono due visioni contrastanti, due nazionalismi in opposizione.

Oggi si vede poco di ciò che si è tentato in passato, e noi nel nostro libro pensiamo che Israele stia facendo delle politiche a causa del suo governo, che è molto tendente a destra e a negare ai Palestinesi il diritto di avere uno Stato. Sempre nel libro cerchiamo di spiegare questo; la posizione israeliana è un pericolo per la pace.

I fattori internazionali influiscono in maniera determinante e a causa dell’islamofobia tendono a privilegiare la causa di uno anziché il diritto dell’altro. L’attualità è decisamente determinante.

C’è stato in passato un momento di dialogo.

Sì, in passato. Ma adesso, dopo tanti conflitti, sono tornati ad essere su piani diversi.

Che cosa ha portato le due parti sulla via della violenza?

Il problema è che mentre prima, nella società israeliana, l’occupazione dei territori è stata materia di dibattito dei pacifisti, ma oggi i pacifisti sono in minoranza. Impera il nazionalismo spietato.

Il mondo è cambiato; prima prevalevano ideologie laiche, oggi la religione, la quale orienta attraverso la Bibbia la politica verso quel nazionalismo. E chi partorisce queste idee non è solo di destra, ma fa parte di tutto il panorama della politica cosiddetta normale.

E i giovani palestinesi ed israeliani la pensano così?

Purtroppo sì.

Per questi conflitti che hanno segnato tanti anni in Terra Santa è stato versato tanto sangue quanto inchiostro, ma siamo ancora lontani dal comprenderli fino in fondo, soprattutto chi è al di sotto degli ottant’anni. Perché c’è disinformazione in merito? Perché Israele è “quella che ha reso il deserto verde” per molti?

Israele ha creato una suggestione fortissima intorno a sé; il popolo ebraico che torna nella terra promessa, il paese dei progenitori, gli arabi spariscono e si grida già al miracolo. I “deserti verdi” sono fioriti anche nella nostra coscienza collettiva, in pratica.

13 settembre 1993, la storica stretta di mano in presenza del Presidente statunitense Bill Clinton e tra il Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del Presidente dell’OLP Yasser Arafat. Quella stretta oggi sembra essersi allentata e di molto. Ci può dire com’è cambiato il clima in quelle zone in base a questo accordo siglato da Israele e OLP?

Ci fu un periodo in cui le due parti sembravano convergere armoniosamente in un unico punto, questo perché dalla parte palestinese c’è stato un riconoscimento dello Stato d’Israele, non contraccambiato da un riconoscimento delle Stato palestinese che di fatto non ci fu mai, o almeno non fu mai portato a compimento.

Ma venendo alla risposta precisa, quel giorno ci fu un riavvicinamento che portò a tanti incontri tra i due popoli. Con il passar del tempo, però, ci furono altri fattori che portarono ad un quadro funesto; costruzione delle colonie, mancata liberazione dei detenuti politici, e poi Rabin, colui che voleva fortemente l’accordo, assassinato. Il successore di Rabin non rispettò gli accordi e permise che gli israeliani fondassero delle colonie al di fuori del loro territorio, questo favorì l’inizio di un nuovo stato di tensione. Una discesa verso l’inferno. Nel 2000 scoppiò la seconda Intifada, altro sangue. Ancora oggi la situazione continua a non lasciare dubbi; non c’è speranza di miglioramento al momento.

Qui mi ricollego alla domanda finale. Certamente è passato tanto tempo, circa cinquant’anni (ma possiamo dire anche settanta e oltre), e i rapporti di buon vicinato sembrano non essere stati attuati che per poco tempo, come abbiamo poc’anzi detto. Si finisce, inoltre, col dimenticare molte cose e a pensare solo attraverso il proprio punto di vista. Sono possibili delle soluzioni, anche a lungo termine?

Due stati non possono nascere perché uno stato palestinese omogeneo non potrà più nascere. Esso si trova ormai su brandelli di terra. Il pericolo è lo status quo, cioè l’apartheid, il negare il diritti ad uno e concederli all’altro. Una soluzione, a mio avviso, è lo stato unico, democratico, dove i diritti superano il nazionalismo ebraico e palestinese. Un’utopia.

Data questa visione –realistica, ci tiene a precisare Michele Giorgio, non pessimistica- così il nostro dialogo si è concluso con un’altra stretta di mano, che, ahinoi, non farà mai storia.


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